Mi chiamo Thomas Evans.
Sono il papà di un bellissimo bambino di nome Alfie.
Alfie non è più con noi; la legge inglese non ci ha permesso di salvarne la vita.
Vorrei raccontarvi brevemente la sua storia.
Alfie è nato il 9 maggio 2016 dopo una gravidanza inaspettata ma serena.
I medici dissero che poteva avere dei ritardi nello sviluppo ma sembrava solo un bambino un po’ piu pigro del normale.
A novembre peggiorò e fummo mandati all’ospedale Alder Hey di Liverpool, un centro pediatrico di eccellenza.
Dopo una risonanza magnetica al cervello si capì che Alfie soffriva di un disturbo neurodegenerativo.
A seguito di una grave infezione ai polmoni Alfie ebbe bisogno della ventilazione meccanica.

Non dimenticherò mai la prima volta in cui ci parlarono del “miglior interesse”. Nel caso di nostro figlio, per i suoi dottori, era semplicemente MORIRE.
La notte del 31 Dicembre ci fu detto che Alfie doveva essere lasciato andare perché non avrebbe mai più respirato da solo. Sconvolti e frastornati acconsentimmo.
Ma avvenne il primo di tanti piccoli miracoli che si sono susseguiti.
Alfie respirava. Respirava nonostante tutto e tutti.
Ci fu chiaro che la sua malattia era grave ma ci fu ancora più chiaro che Alfie voleva combattere.
Non avremmo più permesso a nessuno di interrompere la sua vita. Solo Dio avrebbe deciso.
Io e Kate obbligammo i dottori a rimetterlo sul supporto vitale e a salvarlo.
La malattia purtroppo continuava ad avanzare anche se per alcuni periodi Alfie riusciva a stare senza ventilazione meccanica.

Ebbe convulsioni croniche e subì ulteriori danneggiamenti al cervello ma riusciva ad interagire e viveva circondato dal nostro amore.
I medici dell’ospedale continuavano a ritenere la vita di Alfie inutile. Ci dissero che non era necessaria una diagnosi precisa perché la sua malattia era degenerativa e poteva condurre solo alla morte.
Per questa ragione andava lasciato andare.
Immaginate cosa potevamo provare, io e Kate, ogni volta che i medici, coloro che avrebbero dovuto lottare fino all’estremo per salvare la vita di chi hanno in cura, ci dicevano che non volevamo capire… che sbagliavamo… che eravamo egoisti…

A settembre 2017 l’ospedale avviò un procedimento legale per essere autorizzato al distacco forzoso del respiratore.
Fu come vivere un incubo nell’incubo… non capivamo se eravamo svegli o se dovevamo svegliarci e per magia tutto questo sarebbe finito.

Nel frattempo la storia di Alfie arrivò ai media e il gruppo Alfie’s Army, su Facebook, raggiunse oltre 800.000 followers da tutto il mondo.
L’ospedale Bambino Gesù ci offrì una speranza dichiarandosi disposto a prendere in cura Alfie e assisterlo fino all’ultimo respiro. Un ospedale tedesco fece altrettanto.
Alfie continuava a fare piccoli miracoli: aveva unito il mondo. Lui che non poteva parlare aveva fatto in modo che gli altri parlassero di lui e per lui.
A Febbraio 2018 iniziò il processo.
Ho dovuto varcare la soglia del tribunale da solo, senza avvocato.
Il giudice non ci concesse di ritardare l’avvio del procedimento e ho dovuto svolgere io quel ruolo.
Avevo paura, sapevo che tutto era contro di noi, che probabilmente quello che dicevo non sarebbe stato tenuto in considerazione. Ma non avrei mai rinunciato senza lottare. MAI.

Io e Kate non avremmo discusso sulla sicura morte di Alfie, l’ho dichiarato anche in tribunale.
Quello che non potevamo accettare era che Alfie morisse per mano d’uomo e non per volontà di Dio. Soprattutto perché eravamo certi della possibilità di una diagnosi completa che veniva rifiutata.
Nessun dottore testimoniò che Alfie soffriva o avrebbe avuto una morte naturale in tempi brevi.
Lo potete leggere nelle sentenze.
I giudici inglesi di ogni grado diedero ragione all’ospedale.
L’11 aprile la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo rifiutò di ascoltare la nostra storia.
Nessuno ritenne giusto e umano salvare una vita che, per quanto ferita, meritava una possibilità.
Tutte le possibilità giuridiche parvero finite. L’ospedale aveva vinto. Poteva agire liberamente.

Ci venne consegnata la copia del “protocollo” che spiegava come Alfie avrebbe raggiunto la morte.
Leggere quei fogli è stata una delle cose più difficili della nostra vita.
Vedere, nero su bianco, fino a che punto può arrivare l’ingerenza dello Stato nella vita di un privato cittadino ci ha lasciati sconvolti.
Era tutto scritto lì. Ogni attimo che avremmo passato con nostro figlio era descritto nei più piccoli dettagli e non poteva essere più, in nessun modo, modificato.
In quel momento io e Kate abbiamo rinnovato il proposito di non arrenderci.
Da tempo eravamo in contatto serrato con Steadfast che ci stava aiutando ad ottenere un permesso umanitario per portare Alfie in Italia.
Abbiamo valutato la possibilità di fare una manifestazione non violenta fuori dall’ospedale.

Il 12 aprile i nostri legali ottennero la riapertura del processo e che Alfie potesse vivere fino al 16.
Eravamo terrorizzati ma Alfie andava salvato ad ogni costo e, con l’aiuto di alcuni supporter polacchi, ci organizzammo per portarlo via dall’ospedale con un’eliambulanza e un team medico specializzato.
Non potrò mai scordare quella notte… la gente arrivo’ da Alfie per far sentire il suo amore… il mondo intero seguiva i collegamenti che i supporter mandavano in onda ininterrottamente usando i canali social.
Tutti pregavano per la nostra famiglia.
Io non so dove ho trovato la forza di continuare a urlare la mia rabbia, la mia indignazione, ma stringendo la mano di Kate andavo avanti senza sosta.
Alfie meritava la sua chance e noi dovevamo fare di tutto per garantirgliela.

L’ospedale riuscì ad ottenere un ordine d’emergenza e ci impedì di lasciare il suolo inglese.
Venni minacciato di essere denunciato per aggressione e sequestro di persona se avessi osato rimuovere Alfie dalla sua stanza. L’ospedale venne piantonato dalla polizia giorno e notte.
Furono giorni difficili e dolorosi dove ci sentimmo sopraffatti dall’ingiustizia di quello che la legge inglese chiamava invece giustizia.
Nel frattempo Steadfast continuava a premere sui politici affinché potessimo essere accolti nel Vostro paese. Si appellarono anche al Papa chiedendo di parlare di Alfie durante la messa in Piazza San Pietro del 15 aprile.
Papa Francesco aveva a cuore il nostro bimbo, ne aveva già parlato, ma si espose nuovamente e mi ricevette in udienza privata il 18 aprile.
In quel momento ho capito che Alfie aveva compiuto un altro piccolo miracolo.

Venni ricevuto dal Papa che mi disse che stavo difendendo mio figlio con coraggio e mi promise che avrebbe fatto il possibile per portare Alfie al Bambino Gesù.
Il 22 aprile la Corte Suprema stabilì nuovamente che Alfie doveva morire nel suo “migliore interesse” e che l’ospedale doveva agire senza attendere le decisioni della Corte Europea, che comunque rinnoverà la decisione di non ascoltare il nostro caso.
Il Papa ci dimostrò ancora il suo affetto. Chiese di rispettare la nostra sofferenza e la nostra volontà di tentare nuovi trattamenti.
Il giorno dopo l’ospedale iniziò le procedure per attuare il “protocollo”.

La direttrice del Bambino Gesù arrivò a Liverpool in un estremo tentativo di salvare Alfie ma non le venne concesso nemmeno di oltrepassare la porta dell’ospedale.

Mentre giravo l’ennesimo video di denuncia, affinché il mondo potesse vedere nostro figlio vivo, Alfie aprì gli occhi dando nuova dimostrazione della sua voglia di lottare.
Non potrò mai essere in grado di spiegare a parole il dolore, l’angoscia, la paura che provavo… ma posso dirvi che dentro di me e Kate la fiamma della fede e della speranza non si era mai spenta.
In quei momenti disperati in Italia si continuava a lavorare in silenzio e ad Alfie giunse la cittadinanza italiana. Io e Kate ringraziamo di cuore Steadfast, Giorgia Meloni e tutti quanti hanno lottato con noi. Il popolo e il governo italiano ci hanno dimostrato una vicinanza incredibile, che mai avremmo potuto immaginare.
Ma l’ospedale non si fermò e procedette con il distacco.
Alfie compì l’ennesimo miracolo: respirava da solo dimostrando ai dottori che si sbagliavano.
Avevano dichiarato in corte che sarebbe sopravvissuto poche ore, un giorno al massimo.

I giudici rifiutarono di riconoscere la nuova cittadinanza e il 25 aprile emanarono la definitiva “condanna a morte” per Alfie.
Gli ultimi giorni della sua vita furono un calvario.
Passammo con lui giorno e notte dormendo per terra.
La polizia ci perquisiva per evitare che introducessimo in ospedale qualsiasi cosa potesse aiutare Alfie a sopravvivere.
Doveva esserci la certezza che morisse.
Venne interrotta l’alimentazione e l’idratazione senza che fosse previsto nel protocollo. Il giudice ne impose il ripristino dopo nostra richiesta.
Venne interrotta la ventilazione meccanica. Ma Alfie, respirando da solo, dimostrò che sarebbe stato possibile uno svezzamento dal respiratore che ci è stato sempre negato.
Con Steadfast intanto stavamo preparando i passaporti italiani e progettavamo il ricorso alla Corte Europea di Giustizia.
Ma la notte del 28 aprile Alfie ha messo le ali ed è volato in Paradiso.

MAI, MAI, nella mia vita permetterò che Alfie sia morto invano.
La sua breve vita ha lasciato un segno in milioni di persone… in milioni di cuori.

Purtroppo Alfie non ha mai avuto una reale possibilità di salvarsi.
E’ stato stritolato dalle maglie del sistema medico e giuridico inglese che ha mostrato il suo vero volto e anche tutta la sua ferocia.
Con la pretesa di agire nel suo “migliore interesse” ad Alfie sono stati tolti tutti i diritti umani fondamentali: il diritto alla vita, il diritto alle cure, il diritto alla dignità, il diritto all’amore dei suoi genitori.
Nel Regno Unito l’eutanasia è illegale. Non ci sono eccezioni: è illegale.
Alfie quindi è stato eutanasizzato utilizzando un escamotage giuridico. Il “miglior interesse” prevale e giustifica tutto.
Ma chi è così edotto, così infallibile, da poter decidere senza ripensamenti o rimorsi che il “migliore interesse” per un’altra persona è la sua morte?

E quando si tratta di un bimbo o di un anziano, di qualcuno incapace di intendere o volere, chi può pensare davvero che provocarne la morte sia quanto di meglio gli si può offrire?
Un malato necessita di cure e di attenzione, di amore prima ancora che di medicine e trattamenti.
Questo, e solo questo, un malato si aspetta di ricevere quando entra in un ospedale.
Ora siamo arrivati al punto che un genitore con un figlio malato, o magari presunto malato, deve pensare se sia meglio portarlo in ospedale o prenotare un volo verso uno Stato a favore della vita.
Ma tra poco dove si potrà andare?
L’Europa stessa ha permesso l’introduzione dell’eutanasia legale in alcuni Stati membri.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dimostrato di essere completamente inefficace.
Addirittura si rifiuta di ascoltare i casi che le vengono sottoposti.

La libera circolazione in Europa per cercare la miglior cura disponibile resta un’utopia irrealizzabile.
Noi inglesi tra poco usciremo dall’Europa così saremo ancora “più costretti” a subire questa legge assurda che ci impone di far morire i nostri figli anziché tentare di salvarli.
Ma Alfie non è morto invano… lo ripeto.
Alfie ci ha indicato la strada da seguire e noi non ci fermeremo.

A breve nascerà la fondazione in suo nome che, con la preziosa collaborazione di Steadfast, continuerà a lottare contro l’eutanasia.
È nei nostri progetti presentare al Parlamento inglese una proposta di legge affinché cambino le cose.
Non permetteremo più che quello che è capitato a noi succeda ad altri.
Aiuteremo le famiglie che dovranno lottare per la vita dei propri cari.
Sono qui oggi per chiederVi di non smettere di lottare per la vita, in memoria di Alfie e nel nome di tutti coloro che, ogni giorno, prima e dopo di lui, si troveranno a fronteggiare chi crede che la morte sia l’unico “migliore interesse”.

Alfie ha dimostrato a tutti che non è così.
Spero di avervi fatto percepire almeno in parte la gioia e l’orgoglio che ho provato e provo tutt’ora nell’essere il padre di Alfie.
Alfie ha portato solo gioia nelle nostre vite e ci ha donato un piccolo miracolo anche dopo la sua scomparsa, il più prezioso.
Il 6 Agosto io e Kate siamo diventati i genitori di Thomas James, il fratello di Alfie.
Avremo per sempre 2 bambini.
Alfie ti amiamo.