Da Atreju le ricette per restituire all’Italia in senso di nazione e recuperare la sovranità.
Cosa pensano le vittime del Salva-banche, i lavoratori e i professionisti vessati, gli accademici, i comunicatori, i militari e i religiosi
Hanno condotto battaglie, rivendicato diritti, avanzato proposte e soluzioni per amore della propria terra. Provengono dal mondo delle professioni, della legge, del sindacato, della comunicazione, dell’università. E oggi hanno raccontato le loro storie ad Atreju, la manifestazione della destra in corso a Roma, dimostrando che recuperare l’identità è possibile partendo dalle esigenze del popolo e necessario per ricostruire la dignità italiana.

Del legame fra la mancanza di un senso di patria e l’emergenza lavoro che si vive in Italia ha parlato il segretario generale del sindacato Ugl Paolo Capone: “Con la precarietà spacciata per flessibilità, con le delocalizzazioni selvagge, con il conseguente declino economico insieme alle innovazioni tecnologiche conseguenti a Industria 4.0, i posti di lavoro rischiano di diventare una specie in via di estinzione, riservati solo ai più qualificati e ai più forti, per non dire spregiudicati”, ha sottolineato.

Una categoria in questi anni massacrata dai governi è quella dei professionisti: ingegneri, avvocati, commercialisti, notai, informatici, medici, dentisti, giornalisti e altri liberi professionisti che avevano lavori fino a ieri sicuri, ben retribuiti e socialmente riconosciuti. Oggi hanno dovuto
indossare un volto duro, quello del precariato. Aspetti rilevati da Carla Cappiello, portavoce di “Noi Professionisti”, che conduce una battaglia per un “equo compenso”: “Ci è stata tolta la dignità lavorativa. L’abolizione delle tariffe minime del 2006 e la mancanza della certezza del pagamento hanno prodotto un mercato che premia solo il massimo ribasso dell’offerta, a discapito del merito e della bravura personale. Crisi economica e mondo del lavoro viziato hanno generato: “giovani” professionisti tra i 30 e i 45 anni con un reddito lordo annuo tra i 10 e i 20 mila euro, costretti molte volte ad emigrare per mantenere le proprie famiglie e avere un lavoro più stabile. Per non parlare della situazione dei professionisti ‘over 55’ , gli esodati, che hanno visto il fallimento del proprio studio e della propria attività”.
Di pratiche vessatorie ne sa qualcosa Letizia Giorgianni, presidente dell’Associazione vittime del Salva-banche, il provvedimento del governo che ha di fatto azzerato i risparmi di decine di migliaia di persone: “Solo grazie all’unione e alla determinazione abbiamo potuto dimostrare la grave ingiustizia subita. Abbiamo presentato denunce e portato in piazza centinaia di anziani, casalinghe e piccoli investitori, che con le loro storie hanno scoperchiato un vero e proprio vaso di pandora e stimolato l’apertura di inchieste giudiziarie che hanno evidenziato retroscena inquietanti. Un sistema bancario marcio e corrotto, collegato strettamente alla politica, che da anni scarica l’incapacità e la corruzione dei propri dirigenti, nelle fasce di risparmiatori più deboli”.
Audace in questo contesto anche la testimonianza del magistrato Michele Ruggiero, che da un piccolo tribunale di provincia, quello di Trani, ha messo sotto accusa l’agenzia di rating Standard & Poor’s che, come ha detto nella requisitoria del processo conclusosi nel marzo scorso, “decretando e divulgando una serie di ingiustificate valutazioni al ribasso di intensità progressivamente crescente nei confronti dell’Italia, innescava sui mercati finanziari internazionali fortissime tensioni sul debito sovrano che facevano vacillare pericolosamente il sistema economico-finanziario del nostro Paese, contribuendo ad alimentare una feroce speculazione internazionale che di fatto sovvertiva gli equilibri politici e le dinamiche democratiche di uno Stato sovrano quale la nostra Repubblica”. Il tribunale ha sentenziato che “il fatto della manipolazione con riguardo a quel doppio declassamento”, che tanti miliardi ci è costato. Il fatto dunque sussiste e risulta provato appieno, ma è mancata la prova del dolo che sarebbe stata necessaria per la condanna.
Dal dibattito è emersa una chiara esigenza di riprendere in mano la bussola delle priorità. A ispirare la ratio sono stati pensatori come Alessandro Meluzzi e Diego Fusaro. Per lo psichiatra viviamo in “un’Italia sempre meno autonoma e indipendente, “una nave senza timone e senza timoniere sballottata dalle correnti di una storia che la trascina qua e là senza che un’autentica classe dirigente sia in grado di
guidarla verso il bene e la salvezza del popolo”. “Ridotta invece a bordello” e affidata “non solo al disordine, ma alle pulsioni piò basse dell’umano di cui vediamo ogni giorno segni e sintomi negli accadimenti di un migrazionismo afro islamico incontrollato, nella degenerazione dell’amministrazione del governo della cosa pubblica, nell’imbarbarimento di un’informazione genuflessa e sottomessa ai poteri forti e nell’esplosione degli istinti più bassi e degli individualismi di chi pensa di poter salvare se stesso al di fuori o contro la ricerca di un indispensabile bene comune.
 
Per Fusaro, Professore di filosofia dell’Iassp di Milano occorre “tornare a recuperare e a riabilitare il concetto di nazione dopo il lungo oblio che l’ha caratterizzato negli ultimi anni. Riabilitare la nazione non significa, ovviamente, voler tornare al nazionalismo: che della nazione è, semmai, un pericoloso deviamento. Il recupero dell’idea di nazione che qui proponiamo si pone a giusta distanza tanto dal nazionalismo, quanto dal globalismo”.

Di cristianità ha parlato l’Archimandrita Mtanious Hadad, rettore della Basilica di Santa Maria in Cosmedin a Roma: “Aggiungere la parola ‘martire’ al nostro credo ‘Una, Santa, Cattolica, Apostolica’ significa rendere l’idea della realtà attuale dei cristiani orientali: perseguitati, brutalmente martirizzati, sfollati, deportati con falsi ponti umanitari, indotti ad emigrare e lasciare quella che è la loro terra d’origine, costretti fuori dal Medio Oriente a perdere la propria identità etnico religiosa ed esclusi dai grandi dialoghi. Per proteggere e salvaguardare questa identità è urgente la messa in atto del vero rispetto dei diritti umani da parte dell’Occidente che, avendo chiara la nostra identità di veri e primi autoctoni del Medio Oriente, deve aiutarci a riavere il diritto alla nostra terra e alla salvezza e alla libertà di vivere nella nostra terra”.

Sul traffico dei migranti ha smascherato il meccanismo con cui le Ong si muovono nel Mediterraneo il blogger Luca Donadel, portando all’attenzione del grande pubblico, attraverso il social network, un video che ha prodotto quasi 3 milioni di visualizzazioni su Facebook e 700 mila su Youtube: “In Italia eravamo in pochi a conoscere quello che Gefira e Frontex denunciavano da tempo, cioè che le Ong stavano a poche miglia nautiche dalle coste libiche per caricare sulle loro navi i migranti clandestini – ha detto – e i mainstream media ci imbonivano dicendo che i salvataggi avvenivano nel canale di Sicilia. Tramite i social l’avviso arrivato all’establishment è stato che gli italiani la pensano diversamente dai vertici politici, culturali, religiosi. E che fare controinformazione al di fuori dei canali tradizionali è possibile”.

Per la riaffermazione di una sovranità serve anche il rafforzamento della politica estera. Ne ha parlato ad Atreju il generale Marco Bertolini, Presidente dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia: “L’Italia non è un paese di cialtroni e di vili, contrariamente alla bugiarda vulgata propalata ad arte da chi non la ama, ed ha bisogno di Forze Armate credibili e preparate. Le Forze Armate non sono semplicemente uno strumento di difesa militare, ma uno dei più potenti strumenti di politica estera a disposizione dello Stato, specie perché siamo in mezzo al Mediterraneo. Per questo, il soldato rappresenta uno dei maggiori indicatori dell’indipendenza del Paese, nonché l’ingrediente che ne fa una patria”.
“L’italia, per secoli è stata un pezzo di Spagna, un pezzo di Francia, un pezzo d’Austria – ha ricordato il coreografo Luciano Cannito – Le tasse erano soldi che andavano alla Spagna, Francia, Austria. Secoli di dominazioni straniere hanno offuscato il nostro senso di patria. Ovvio che qualcosa del genere si sarebbe sedimentato nei secoli.La cosa pubblica, il senso che tutto quello che è intorno a noi è nostro e di nostra responsabilità: gli inglesi e i francesi ce l’hanno da più di mille anni, noi italiani da 150. La lingua, il teatro, la letteratura, l’architettura, la musica, la danza, la pittura, la scultura, in una parola la cultura, sono stati l’unico appiglio a cui aggrapparci per conservare il nostro senso di
identità di nazione. Non esiste convegno, dibattito, incontro al vertice, intervista pubblica, senza che prima o poi non venga fuori il fatto che l’Italia è la nazione con il più grande patrimonio culturale del pianeta terra. Bello, bellissimo. Ormai lo abbiamo imparato tutti. Oggi tutte le nazioni del mondo occidentale (ma in realtà anche quelle delle economie emergenti dei paesi asiatici), stanno investendo risorse straordinarie per la tutela delle loro identità culturali. Tutti tranne noi”.